Una chiacchierata con Amedeo Martegani

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a cura di Lisa Pellegrino e Massimo Marchetti

In che momento della tua carriera hai iniziato a realizzare libri d’artista e quali sono le caratteristiche dell’oggetto-libro che ti hanno interessato?

AM: Nel 1996 ho realizzato un progetto che avevo in mente da tempo: raccontare la specificità dei fiori come soggetti e non come decorazione o compagnia. E’ stato un lavoro di circa un anno che ha generato i materiali per una mostra nella Galleria Mazzoli a Modena. Il supporto di Emilio Mazzoli è stato assolutamente fondamentale per realizzare liberamente tutto quello che avevo in mente.

[“Né creature né creatore”, Galleria Emilio Mazzoli, Modena, 1996]

Che tipo di dialogo instaura questo medium con il resto del tuo lavoro?

AM: Il libro impone un’organizzazione e genera immediatamente un contenuto, una storia. Il grado di indipendenza che il libro riesce a conquistarsi aiuta a eliminare il superfluo, la ripetizione, gli scarti.

Perchè in un certo momento hai deciso di diventare un editore per altri artisti? Ci sono state esperienze che ti hanno ispirato e/o orientato?

AM: a+mbookstore nasce nel 1993 e l’arte contemporanea in forma di libro era completamente sconosciuta in Italia. La priorità è stata conoscere quello che esisteva nel resto del mondo e poi provare a parteciparvi.

In che misura la tua identità di artista entra dentro la tua attività di editore?

AM: Credo che l’errore più grande che si possa fare sia pensare di avere un ruolo. Così come ci si è lentamente liberati delle tecniche, bisogna coscientemente allontanarsi da ruoli e mansioni ‘professionali’ che possono solo indebolire la propria energia. Artisti e editori sono equivalenti nel momento in cui mettono in gioco la propria sensibilità nel raccontare il tempo.

Nell’arco di questo ventennio hai riscontrato dei cambiamenti nelle tue produzioni editoriali?

AM: Certo. Direi che è stato un ventennio piuttosto denso di avvenimenti… dall’editoria pre-computer e pre-internet a quella on demand, è come avere vissuto in mezzo a due guerre. Quello che non è cambiato è l’atteggiamento complice e meravigliato di chi decide di fare un libro.

Quali sono i problemi che affronti da editore nell’approcciarti a un progetto artistico che ti viene proposto? Cosa ne determina la realizzabilità?

AM: La realizzabilità dipende dalla capacità di considerare a proprio favore tutte le caratteristiche del progetto, sia che ci siano risorse inesauribili sia che non ce ne siano affatto. I problemi nascono quando si considera l’editoria come un ‘prodotto’, un utensile o un’operazione commerciale; in tutti questi casi il disastro è annunciato. Rimanere concentrati su quello che realmente si vuole concretizzare è l’antidoto migliore.

A livello di ricezione, quale tipo di pubblico si interessa al libro d’artista? In Italia c’è attenzione da parte del collezionismo e della critica?

AM: Difficile parlare di ‘tipo’ di pubblico anche perché non è poi così numeroso da avere tante sfaccettature sociologiche… Artisti, critici ma soprattutto collezionisti e musei stranieri.

In questa edizione di Fruit sono presenti sia lavori assimilabili al libro d’artista che produzioni di più difficile definizione. In questa varietà di espressioni, riconosci comunque nell’autoproduzione alcuni caratteri comuni?

AM: Preferisco parlare di ‘produzione’ come impegno e volontà di creare un libro. ‘Autoproduzione’ ha in sé un solipsismo che non mi convince, sa di isolamento e bricolage. Fare un libro è un’esperienza comunitaria, uno sforzo di insieme, anche se si tratta di rilegare una risma di fotocopie.

In questo periodo, iniziative legate al mondo delle autoproduzioni come Fruit sembrano riscontrare un certo interesse non solo da parte del pubblico, ma anche delle istituzioni. Si potrebbe forse trattare del segnale di una diversa considerazione da parte del mondo dell’editoria e della cultura “ufficiale”. Che tipo di sviluppo pensi ci si possa attendere in questo senso?

AM: In questi ultimi cinque anni ho visto nascere moltissimi editori indipendenti che sono stati in grado di produrre libri ad altissimi livelli, ho visto cambiare radicalmente anche l’idea di distribuzione e di informazione. Tutto questo mentre le librerie fisiche chiudevano una dopo l’altra. E’ un momento di grandissimo cambiamento e penso che i tempi siano maturi perché anche in Italia si possa realizzare qualcosa di simile all’Art Book Fair di New York o a Offprint di Parigi.